Vulcanologia - Archeologia - Storia
CAP.1 La Tirrenide; parla la Vulcanologia.
CAP.2 Itinerari Archeologici.
Ci converrà, quindi tornare sui nostri passi, prendere la barca, uscire dal porto e dirigerci, con una barca del Lupo di Mare, alla punta della Madonna, verso le c.d. grotte di Pilato."Nota che questa toponomastica volgare appiccicata al classico monum,ento, non ha alcun fondamento storico; derivò forse dal fatto che il prenome di ponzio, il Procuratore della Giudea che condannnò Gesù Cristo, coincideva col nome dell' isola. Così l'indegno giudice di Cristo immeritamente ebbe l'onore di legare il suo nome ai grandiosi avanzi della villa augustea di Ponza ". Qui , nella barchetta, sul mare profondo, tra gli anfratti e le rocce a strapionbo, dalle forme strane e a volte paurose, ti sembrerà di sognare o di avviarti ai regni oltremondani. Aride pareti di tufo, fasciate da teneri e violenti colori, con vampate di nero, come di fuoco spento da poco, ti sovrastano. Nel turchino di certi fondali vedi la luce scherazare attravreso feritoie naturali di profondi canali.
Eccoci all'ingresso. Sostiamo senza entrare. Nota innanzitutto che dalle ricerche archeologiche è stato dimostrato che il nostro monumento marittimo è un sacro tempio marino, cui è legata una peschiera esterna installata per i bisogni della sovrastante villa imperiale. L'idea del tempio dei pesci è certo d' importazione orientale e il tufo trachitico ha reso possibile lo scavo d'un vero complesso ictomantico sentimentale, nelle viscere di questa collina. È un MURENAIO SACRO. Di fronte abbiamo due archi uguali: quello di sinistra ha una piccola nicchiacentrale, che svolta in un canale internantesi in perfetta oscurità quello di destra c'invita in un ampio vestibolo e questo, a sua volta, in un grandioso salone, di 19 x 12 soffuso d'una tenue luce celestina. A destra, dopo una piccola abside munita d'altare, un'altra copiia di sale ci sospinge ad entrare. Ora scendiamo sul banco di tufo, a fior d'acqua, che fa da ingresso al magnifico salone. Il piede è accarezzato da un morbito tappeto di muschi, quasi da un velluto in tutte le tonalità di verde, ricamato a fiori purpurei, rosati violetti. La visione interna però ci tiene estatici: sotto una volta semicilindrica, magnificamente incurvata sulle pareti, anch'esse tappezzate d'oro veccio dalla salsedine, riluce una bella vasca rettangolare. All'imboccatura un robusto cancello doveva chiudere ai profani quest'antro misterioso. Su tutta la parete di destra osservi quanto segue: una nicchia con vaschetta quadrata e cunicolo che dispare nella roccia; nel salone un'altra tribuna d'osservazione; un gabinetto tutto chiuso per misteriosi funzioni; e finalmente in fondo un' abside con finestrella incavata, in cui stagliava, in altorilievo la divinità esotica. A sinistra c'è una strada archivolta che mena su e che percorreremo alla fine. Tutti e tre i saloni sono uniti da una rete di cunicolui intecomunicanti e sfocianti in mare, nei tre lati della collina.
La parte più angusta non è la sala grande, ma la terza, più piccola, che hai visto, entrando nel vestibolo, dopo l'altare esterno. Ivi, fino a qualche secolo fa, si ammiravano le pareti tappezzate di preziosi marmi policromi e la volta adorna di vaghisimme conchiglie marine. Nel centro c'è ancora una base tufacea che sosteneva un marmoreo pilastro, ricordato dal Tricoli, sul quale, a fior d'acqua, campeggiava, certamente la styatua bianchissima della divinità, cui era sacro il munrenaio. E che un murenaio sacro, un santuario di pesci sacri, fosse il nostro monumento risulta dal fatto che, sulla parete di fronte al santuario, c'è un grosso finestrone, stombato in alto e orientato verso la costellazione del Dragone. Questo elemento, che dall' ingresso della sala grande va alla vasca dell Diva, ci rivela che il corpo saverdotale immetteva le murene pescate nelle vasche esterne, dentro la vaschetta sicura, che, attraverso l'oscuro cunicolo, spingeva quei pesci fino ai piedi della divinità.Quivi avveniva il connubio misterioso tra le murene e le stelle del Drago; perchè, come dice Plinio le murene che non hanno sesso mashile, sono a nostro giudizio fecondate dai serpi. Ma qui, per esercitare l'icotomanteia, era la costellazione Drgone che le fecondava, avendo il drago celeste quattro stelle nel mezzo del corpo, al posto degli organi della riproduzione. Gli animali rarissimi, che credevasi generati da questo astrale connubio, venivano partoriti nei cunicoli oscuri, perchè alla prolicazione è necessaria, per questi pesci, una tana profonda e senza luce. Tutti i cunicoli esistenti nel complesso monumentale hanno però un piccolo marcipiede, sul quale lo shiavo addetto poteva controllare quel segretissimo fenomeno... Il sacerdote augure, invocando la divinità, chiamava i sacri pesci. Questi mollemente remando, col dorso vellutato, ornati d'orecchini auro-gemmati, affioravano nella vasca e lambivano la superfice immota. Intorno a quella s'adunavano i signori, gli ospiti, i relegati illustri della famiglia imperiale per presagire il loro avvenire o le ulteriori fasi della loro sventura. Correvano le delicate murene amangiare le leccornie loro offerte dai visitatori: erano pesciolini salati, fruta fresca, briciole di pan fresco, bocconi preferiti; e dal modo come si accostavano oppure rifiutavano con un colpo di coda le ghiottonerieofferte i relegati credevano d'interpretare i futuri eventi della loro triste sorte. I figli di Germanico, esiliati da Tiberio, sospirarono certamente e piansero in questi androni la loro sfortuna... Tra essi, la sorella Agrippina, che vi scese tante volte col piccolo Enobarbo tra le braccia, non avrà emesso, un giorno, un grido diforsennato di gioia, risalendo sulla villa, qaundo seppe che lo zio Claudio, fatta uccidere l'indegna sua moglie Messalina, liberava lei, sua nipote, dall'esilio di Ponza per sposarla e farla signora del Mondo? Non avevano auspicato a lei una tanta fortuna le murene sacre di Ponza? Il dispiacere di laciare l'Isola di Ponza non fu colmato neppure da un tale privilegio.
CAP.3 Alcuni cenni storici.
Per la nuova Chiesa di Ponza Winspeare adottò lo schema a pianta centrale con copertura a cupola ed annesso convento a pianta longitudinale. Lo schema architettonico della pianta e la facciata, composta da un pronao a quattro colonne chiuse superiormente da un timpano triangolare, costituiscono l'estrema semplificazione formale dell'idea neoclassica del tempio antico. Winspeare adoperò la stessa soluzione sia a Ponza sia a Ventotene, dove lo stesso tipo di facciata venne però adattato per una chiesa a pianta longitudinale. Identico è comunque nei due casi il criterio di base: un uso sapiente degli stilemi neoclassici per dare un'aura colta e aggiornata alle più moderne tendenze della cultura artistica di quegli anni anche alla modesta chiesa parrocchiale di un'isola sperduta e in via di popolamento. Le tinteggiature indicate nelle due piante di Winspeare - giallo paglierino e rosa - sono rimasti per due secoli i colori dominanti degli edifici di Ponza e Ventotene, almeno fino al recente avvento delle vernici al quarzo. L'aspetto originale della chiesa è oggi ricostruibile da un'incisione del Mattej del 1857, nella quale si può notare, sul fianco destro dell'edificio "…una torricella per l'orologio, costrutta di pianta in semplici ma euritmiche proporzioni e severità di forme, ma senza essere priva di gusto, ed anche di bellezza…".Del campanile con l'orologio oggi non resta nulla, forse, un frammento architettonico accanto alla cupola. Sia il progetto di Winspeare che la veduta di cinquant'anni più tardi del Mattej mettono in luce, inoltre, il ruolo dominante della chiesa nel piano urbanistico di Ponza porto, immediatamente visibile a chi sbarcasse sull'isola, in cima alla rampa d'accesso al paese di fronte alla Palazzina: le due sedi del potere religioso e civile - militare. Una moderna costruzione a tre piani con decorazioni di gusto genericamente "decò" impedisce oggi questa prospettiva diretta sulla "magnifica e rotonda Chiesa Parrocchiale" (Tricoli), alterando completamente l'originale disegno di Winspeare.
MONS. LUIGI DIES
Assieme alla Chiesa e alla Palazzina, il terzo luogo importante in una razionale pianificazione della vita della nuova colonia era il cimitero, che venne collocato sul promontorio detto "della Madonna", separato, a Ponza come a Ventotene, dal centro abitato. All'inizio della fondazione della colonia non venne progettata una costruzione vera e propria per il cimitero, ma si adattò a quell'uso la preesistente cappella della Madonna della Salvazione, "tempietto situato sopra i Bagni di Pilato…", già ricordato dal Pacichelli nel 1685 e segnalato nelle piante dell'isola come l'unico luogo di culto per i temporanei abitatori di Ponza durante i due secoli del dominio farnesiano. Nel corso dei vent'anni dall'inizio della fondazione della colonia, però, a causa del progressivo popolamento dell'isola, lo spazio destinato al seppellimento dei morti diventò insufficiente. Si era inoltre consolidata una struttura sociale divisa fra autorità militari, religiose e civili da una parte, coloni e forzati inviati come mano d'opera per la costruzione del nuovo paese dall'altra. Questo fatto fece col tempo nascere l'esigenza di sepolture differenziate a seconda dei vari gradi sociali.
La Torre di Ponza venne fatta costruire su ruderi romani da Alfonso d'Aragona, che fra il 1479 e il 1481, concesse in enfiteusi perpetua le isole ad Alberico Carafa duca di Ariano, ad Antonio Petrucci conte di Policastro e ad Aniello Arcamone conte di Borelli con l'impegno che edificassero a Ponza "….La Torre dominante la baja…". Alfonso d'Aragona, inoltre, "…fra le moltissime provvidenze ordinò il ristabilimento de Torrieri e Castellani in Ponza, i quali all'ufficio di Guardare la Torre che quivi esisteva a difesa del porto, aggiungessero la facoltà di Governatore dell'isola….".Nasce così il primo nucleo del futuro centro abitato dell'isola. I documenti successivi confermano, infatti, l'esistenza a Ponza di una Torre quadrata, in cattive condizioni perché spesso si segnala la necessità di restaurarla.Anch'essa fortemente danneggiata dall'incursione turca del 1635, la Torre venne restaurata nel 1770 sotto la direzione del Maggiore D. Benedetto Rezzano. Il restauro della Torre fu quindi il primo atto delle imprese edilizie legate alla fondazione della nuova colonia, precedente l'affidamento della direzione dei lavori ad Antonio Winspeare. La tipologia della Torre di Ponza venne però adoperata da quest'ultimo per la costruzione ex - novo della Torre a Ventotene, anch'essa a pianta quadrata, a due piani anziché a tre.Negli anni Cinquanta l'edificio subì alterazioni all'interno: del primitivo impianto si conservano il basamento in peperino e i riquadri di quattro finestre quadrangolari. Nel nostro secolo fu sede prima del confino fascista, poi di una colonia marina parrocchiale fino all'attuale destinazione alberghiera iniziata contemporaneamente all boom turistico di Ponza negli anni Sessanta. La maggior parte delle costruzioni difensive di Ponza data al periodo dell'occupazione napoleonica in Italia nei primi decenni dell'Ottocento, quando il controllo dell'arcipelago Ponziano diventò un punto strategico - militare di importanza internazionale.La prima di queste fortificazioni fu la cosiddetta "Batteria Leopoldo", eseguita nel 1808 per ordine del Principe di Canosa. La collocazione della Batteria Leopoldo dietro la Caletta, ad un livello più basso rispetto alla Torre, aveva lo scopo di salvaguardare l'ingresso del porto, riprendendo da una diversa posizione l'antica funzione della demolita Torre del Giudicato. Dal 1860, quando con la caduta del governo borbonico venne tolto da Ponza il presidio di terra, la Batteria Leopoldo rimase disabitata. Sullo scorcio dell'Ottocento l'intera costruzione venne abbattuta per consentire l'ampliamento del cimitero.
Identica funzione aveva il fortino sullo scoglio della Ravia detto il Fortino Bentinck dal nome dell'allora Comandante della spedizione anglo - siciliana, Lord William Bentinck, al quale si deve il progetto e la realizzazione della maggior parte delle fortificazioni di Ponza.Fra le altre fortificazioni predisposte per ordine di lord Bentinck fra il 1808 e il 1813 va segnalato "… un Ospedale - forte con trinceramento a due pezzi di cannoni, tuttavia detto il Campinglese, in eminenza centrale dell'isola…" (Tricoli). La zona ha mantenuto la denominazione, di Campo Inglese nonostante il fortilizio non esista più. Gli unici forti all'interno dell'isola ancora in piedi, anche se in pessimo stato di conservazione, sono Forte Papa e Forte Frontone. Quest'ultimo, sul promontorio accanto alla spiaggia omonima, venne costruito nel 1813, a difesa dell'accesso orientale del porto di Ponza.La più antica delle fortificazioni di Ponza dopo la Torre è però Forte Papa, fatto costruire per volere di Ferdinando IV di Borbone nell'ambito dei lavori per la fondazione della nuova colonia di Torresi a Le Forna nel 1772.L'inaccessibilità del luogo da terra è documentato da un'incisione del Mattej del 1857, mentre l'aspetto odierno del forte denuncia una volta di più lo stato di degrado sia dell'edificio che del passaggio circostante, dove era la miniera di bentonite.La costruzione delle case per i coloni, soprattutto per la zona del porto vicino alla parte "nobile" del paese, non venne lasciata al caso, ma inquadrata all'interno del "ben regolato" piano progettato da Winspeare. Si tratta di una serie di case con funzione puramente abitativa, situate con molta probabilità dove attualmente è la strada della Madonna che sale dal paese al cimitero, entrambi interventi che nella seconda metà dell'Ottocento alterarono l'intero assetto edilizio della zona "dirimpetto alla Torre".La tipologia delle abitazioni comuni è simile sia a Ponza che a Ventotene: case a schiera con copertura a lamie a pianta quadrata. Elementi tutti importati, assieme all'uso dell'arco e della scala esterna, dalle analoghe forme edilizie dei luoghi di provenienza dei primi coloni ponzesi: Ischia, Procida, Torre del Greco. Sul vano in muratura, un vero e proprio cubo, è impostata la volta che può essere a botte o a specchio, l'incrocio cioè di due mezze botti con la sommità in piano. In alcuni casi l'altezza della volta, all'interno, arriva fino a cinque metri. Per costruire le coperture a lamie venivano usate le centine che, a lavoro finito, venivano rimosse.Questo tipo di abitazione era già un segno di distinzione sociale per quei coloni che avevano potuto restituire alle casse Allodiali il prestito a lungo termine e rateizzabile della "calce e bocche d'opera" per la costruzione della casa. Ai coloni arrivati per ultimi o comunque più poveri non restava invece che "…incavarsi o accomodarsi qualche grotta…."Come ricorda il Tricoli. Ed è questo il secondo tipo di abitazione ponzese: la casa - grotta o "casa - tartufo", costruita sfruttando la naturale conformazione naturale del terreno.Il problema della riutilizzazione o di scavo ex - novo delle grotte si presentava quasi quotidianamente ai due soprintendenti ai lavori della colonia Winspeare e Carpi. Nel 1790, per esempio, Francesco Carpi nega a Giovanni Russo l'autorizzazione a "…incavarsi una grotta nel proprio territorio…perché l'esempio di tanti altri che si han voluto costruire simili Grotte, le hanno poi dovute abbandonare perché umide e perniciose alla propria salute…".Le considerazioni del Carpi sull'ambiente malsano delle grotte, un tipo di abitazione ben lontana dai criteri funzionali e razionalisti del progetto urbanistico settecentesco, si trasformano invece nel corso dell'Ottocento in osservazioni curiose sull'aspetto "pittoresco", "caratteristico", "grazioso" delle case - tartufo. Dal mondo "illuminato della ragione" nel quale si muovono Winspeare e Carpi, si passa a quello dominato dal sentimento dei viaggiatori dell'Ottocento. Le grotte incavate nella roccia dai "miserabili" esercitano il fascino indiscutibile del "colore locale", diventano il simbolo di un contatto fra uomo e natura sulla via del dissolversi. Da diverse testimonianze vediamo come la maggior parte delle case - grotta fosse concentrata alle Forna, il secondo polo della colonizzazione borbonica. Nel 1772, infatti, vi si stabilirono i coloni venuti da Torre del Greco dando inizio così alla cosiddetta "colonia dei Torresi". Le Forna non nasce però come un paese costruito secondo un preciso piano urbanistico, ma piuttosto come un insediamento rurale "di spontanea e libera formazione". L'unico intervento edilizio pubblico, assieme a Forte Papa, fu la costruzione nel 1781 della chiesa parrocchiale, definita nei documenti settecenteschi "cappella rurale", dedicata alla Madonna Assunta. La facciata della chiesa riprende la tipologia di quella di S. Candida a Ventotene mentre le decorazioni a stucco con motivi di putti e ghirlande sopra le finestre è un'aggiunta più tarda, databile fra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del nostro secolo. Nel 1846, venne costruita la cappella laterale col titolo di S. Filomena. La diversa formazione dei due centri di Ponza, il paese sul porto e Le Forna, è rimasta una dicotomia costante nella storia dell'isola. La rivalità fra una zona più sviluppata e "antica" e una più povera e "moderna" è viva ancora oggi perfino nel ricordo dei ponzesi emigrati in America. La sensazione che i coloni delle Forna si sentissero trascurati dal governo centrale appare chiarissima nei documenti sui primi anni di vita della colonia.I cubi delle abitazioni comuni con la leggera curvatura delle lamie e la decorazione discreta delle modanature lisce che riquadrano facciate e finestre caratterizzano soprattutto i centri abitati. Ne troviamo perciò in tutti i "paesi" dell'isola, da Ponza porto a S. Maria fino alla Piana d'Incenso, oggetti ormai rari in un paesaggio urbano fortemente modificato da nuove costruzioni e rifacimenti senza regola di strutture preesistenti. L'architettura spontanea invece è fin dall'inizio legata al lavoro della terra. Perciò, oltre che alle Forna, nata appunto come insediamento rurale, la ritroviamo sparsa per tutta la campagna ponzese dagli Scotti di sopra, lungo il sentiero che sale al monte La Guardia, al Fieno, ai Conti, al Frontone. Inserti architettonici sempre più rari, le case - grotta sono spesso nascoste rispetto ai percorsi abituali dei turisti sull'isola. Un esempio di conservazione "naturale" è la grotta di Giustino al Fieno, rimasta quasi identica all'immagine fissata in un disegno del Mattej di più di un secolo fa.Quali sono le caratteristiche dell'architettura spontanea ponzese? Il criterio - guida è, ovviamente, la funzionalità. Si trattava, infatti, di abitazioni stabili e non stagionali come le grotte di Palmarola. Il Fasolo distingue fra un tipo di casa - grotta interamente scavata nella roccia ed un tipo di casa mista, dove alle stanze interrate viene aggiunta una camera esterna spesso utilizzata come camera da letto, a pianta quadrata e con volta a padiglione secondo la classica tipologia mediterranea. Gli altri vani (cucinino, tinello, a volte camera da letto) vengono scavati nel banco di tufo disposti non in profondità, ma orizzontalmente. Il fronte della casa - grotta, generalmente orientato a valle, viene chiuso da una muratura di tufo sulla quale si aprono porte e finestre. Lo spessore del tufo serve da tetto. Viene così risolto uno dei problemi vitali degli isolani, l'approvvigionamento idrico. Il Fasolo fa notare, infatti, come nella volta delle case - grotta l'andamento irregolare e apparentemente casuale della superficie abbia la precisa funzione di fornire " una superficie di continuo regolare deflusso delle acque…tale da convogliare gradualmente l'acqua piovana verso il bocchettone inferiore".E' un'architettura ricca di elementi minori, "…scalinate, forni, lavatoi, cisterne, ed ogni altra comodità necessaria…" che ne costituiscono anche l'unico motivo decorativo, abbellito dall'imbiancatura a calce, dalla varietà delle forme, dallo spessore e rugosità della materia di costruzione. I veri protagonisti dell'architettura spontanea ponzese sono però i comignoli. Mentre comune a tutti è la pianta a parallelepipedo terminante a piramide, forma che secondo il Fasolo aveva sempre la funzione di favorire la raccolta idrica, per ciascuna delle case - grotta la canna fumaria assume una fisionomia individuale, riconoscibile come il volto di una persona.Sempre il Fasolo azzarda l'ipotesi di un'analogia strutturale fra le case - grotta di Ponza e le cuevas dei gitani in Andalusia, a Guadix, sulle pendici della Sierra Nevada. Caratteristiche comuni dell'architettura spontanea dei due luoghi sarebbe l'uso di due ambienti scavati nella roccia, l'ambientazione panoramica, la disposizione dei vani frontale e non in profondità, il gusto del dettaglio architettonico e, infine, la tinteggiatura ad intonaco bianco. E' un accostamento senza dubbio affascinante, ma da prendere con cautela. Affinità morfologiche di questo tipo sono, infatti, spesso legate ad una generale similitudine di clima e di funzione, ma nessi più precisi diventano pericolosi quando sono difficilmente dimostrabili.Le tipologie dell'architettura spontanea hanno una continuità nel tempo che va al di là delle convenzionali periodizzazioni fissate nella storia dell'architettura delle capitali. L'isola è già di per sé un luogo "tagliato fuori" e, all'interno della nostra isola, le case - grotta rappresentano a loro volta una "periferia" rispetto al "centro" del paese sul porto. E' in queste zone "eccentriche" che la storia, anche degli stili, ha dei ritmi più lenti, che certe forme architettoniche vengono ripetute sempre uguali seguendo una tradizione artigianale ormai consolidata. Si spiega così come una delle soluzioni adottate nelle coperture di alcune delle case ponzesi - i rialzi perimetrali con funzione di convogliamento delle acque che danno alla copertura una caratteristica sagoma "a cappello di carabiniere" - venga riadoperata con pochissime variazioni in epoche diverse. Passiamo così alle forme stondate, probabilmente più antiche, della piccola cappella sulla punta estrema dell'isola a Piana d'Incenso o di quella, ormai perduta, sulla piazza detta della "Punta Bianca" giù al porto (oggi piazza Gaetano Vitiello), nota da un disegno del Mattej, a quelle più stilizzate delle varie edicole religiose disseminate un po’ dovunque nell'isola.L'esempio più importante di questa continuità delle tipologie fissate dall'architettura spontanea è la chiesetta della Civita, fatta costruire dal parroco Luigi Dies nel secondo dopoguerra lungo la strada che porta al Faro della Guardia a ricordo del tradizionale pellegrinaggio delle donne ponzesi il 21 luglio al Santuario della Civita vicino ad Itri. Culto, assieme a quello di S. Silverio, fra i più radicati nella religiosità dei ponzesi sia sull'isola sia nelle "Little Ponza" di New York.
E' nella seconda metà del secolo che, a varie riprese, vengono tentate le prime radicali modificazioni dell'originaria struttura urbanistica del paese. Con un atto del 31 ottobre 1857, infatti, Ferdinando II di Borbone approva una serie di opere pubbliche a Ponza. In quegli anni era governatore politico dell'isola il Commendatore Gaetano D'Ambrosio, l'ultimo amministratore locale legato all'ancien regime prima dell'Unità d'Italia. I numerosi interventi previsti dal decreto governativo erano soprattutto dettati dall'incremento della popolazione sull'isola e dalla conseguente necessità di ampliarne e rimodernarne l'assetto urbanistico anche sulla base della crescente differenziazione sociale degli abitanti, fra i quali si era ormai formata una classe dirigente locale più agiata con esigenze ben diverse da quelle dei primi coloni sbarcati sull'isola nel 1768.
Il primo punto del programma governativo riguardava la costruzione di edifici di rappresentanza (palazzo municipale), di destinazione religiosa (una nuova chiesa parrocchiale e una cappella rurale a S. Maria), di utilità pubblica (il carcere e due nuovi cimiteri sia a Ponza che alle Forna).
Il secondo punto del progetto prevedeva la ristrutturazione della rete viaria del paese e il riammodernamento dell'area portuale. Questo ambizioso piano venne realizzato solo in parte e per lavori di piccola entità. Le uniche opere effettivamente costruite furono la strada "…detta della Madonna in lunghezza di più di mezzo miglio, tracciata spaziosa, e buon tratto…incassata di molto nell'erta collina per addolcirne il pendio, decorandola di laterali edifizi…" (Tricoli) e la cosiddetta strada Circea.Quest'ultima, realizzata sempre durante la gestione D'Ambrosio, "…mette capo in Santamaria per palmi 3866…come dai Fenici incavata comoda fra le viscere di tre montagne…era ignorata come interrata da una quindicina di secoli. Ora se ne attuava il disterro…impiegandovi al quotidiano lavoro non meno di 400 donzelle ed altrettanti garzoncelli…" (Tricoli). La strada è la stessa che oggi passa sotto i tre tunnel dalla spiaggia di S. Antonio per Giancos fino a S. Maria e il metodo di coinvolgimento collettivo utilizzato dal D'Ambrosio per far eseguire il disterro venne riutilizzato, come abbiamo visto, negli anni Quaranta dal parroco Dies per l'ampliamento della chiesa della SS. Trinità. Non venne invece eseguito il proseguimento della banchina del porto da Punta Bianca a Santa Maria né nessuna delle costruzioni pubbliche. Venne realizzato solo il nuovo cimitero di Ponza sulla collina della Madonna ma molto più tardi, sullo scadere del secolo.Spesso le costruzioni iniziali vennero interrotte senza essere mai condotte a termine. Il Tricoli, ad esempio, cita la chiesa di S. Giuseppe a S. Maria, per la quale nell'atto governativo del 1857, veniva approvata la prosecuzione dei lavori iniziati nel 1828.Venne invece effettivamente costruita solo nel 1895 grazie "all'elemosina degli Arcivescovi di Gaeta, del parroco e del popolo di Ponza e dei Forestieri" come ricorda la lapide dedicatoria. Un altro episodio simile è quello della chiesa di S. Antonio, la cui costruzione, iniziata nel 1858 di fronte al mare e a fianco della strada che va a Chiaia di Luna, venne interrotta due anni dopo. Per quarant'anni restarono in piedi i muri perimetrali fino a quando non venne comprata da un privato ed adattata ad abitazione ed a deposito di attrezzi navali.Oltre al ripristino dell'uso del telegrafo sulla cima del monte La Guardia (l'edificio oggi è completamente diroccato), con decreto del 24 marzo 1859 venne anche abolito l'impiego della lanterna sul promontorio della Madonna e ne venne costruita un'altra a spese della Finanza. E' il Faro della Guardia, un edificio rettangolare a due piani, che Sacchi e Bresciani rilevano come un "raro esempio di attrezzatura costiera del secolo scorso", uno dei più bei luoghi dell'isola.La maggior parte degli interventi architettonici ottocenteschi non riguardano tanto l'edilizia pubblica quanto quella privata. Già nel 1857 il Mattej notava il convivere a Ponza "del promiscuo antico e nuovo paese", che corrispondeva alla "duplice classificazione del ceto dei paesani il più agiato cioè e il più volgare..". Questa duplice classificazione si precisa col sorgere dei primi palazzi fatti costruire da quelle famiglie ponzesi che volevano sottolineare la loro raggiunta agiatezza. Il Tricoli cita, distinte dal "resto dell'abitato…fra le case notabili il Palazzo Tagliamonte, e l'elegante casina del Commendatore d'Ambrosio…Il Palazzo-pinto, Irollo, Jacono, Cimino e dei Germani D. Antonio e di Gennaro Vitiello". La lista degli edifici corrisponde all'elenco dei cittadini "notabili" del paese, discendenti dalle prime famiglie venute ad abitare l'isola. Sono tipici palazzotti di rappresentanza, a due o tre piani, con la facciata spesso decorata a stucco o dipinta a motivi vegetali o zoomorfi o con testine di putto. Tradizione fondata, raccontano le fonti orali, dalla presenza di artigiani napoletani o addirittura pugliesi sull'isola. Queste decorazioni "ricche", della facciata, spesso disposte a fregio tutto intorno all'edificio, sono una costante per tutto l'Ottocento fino agli anni Venti - Trenta del nostro secolo. Il modello architettonico del "palazzo" rappresentava la "casa ideale" che tutti gli emigrati ponzesi nei primi decenni del Novecento speravano di potersi costruire al ritorno sull'isola. I ponzesi le chiamavano, infatti "case americane" e si distinguono subito nel tessuto urbano di Ponza: il loro aspetto imponente contrasta, infatti, con le case bianche con il tetto a lamie incastrate attorno ai vicoli stretti, alle scale improvvise, alle discese e salite imprevedibili.
Non mancano, accanto a questa nascente architettura residenziale, gli edifici "curiosi", in linea con la cultura artistica del Romanticismo. Un esempio è il Belvedere esagonale del Commendatore D'Ambrosio, chiamato dal Tricoli "l'esagono del commendatore". Vi si arriva chiedendo il permesso di entrare nei giardini di una casa privata lungo la strada della Madonna.Per tutto l'Ottocento abbiamo soprattutto interventi isolati sia nell'edilizia pubblica che in quella privata. Manca, insomma, una regolare pianificazione urbanistica dell'isola. E' difficile perciò cogliere nell'immagine ottocentesca di Ponza una caratteristica dominante, un criterio - guida, così evidente, invece, nel "ben regolato" piano progettato da Winspeare alla fine del Settecento. L'unica eccezione è la costruzione del nuovo cimitero sul promontorio della Madonna nell'ultimo decennio del secolo, quando era sindaco Vincenzo De Luca. Il progetto per un nuovo cimitero era già stato deciso nel 1857, disposto in uno degli ultimi atti amministrativi del governo borbonico. La sua realizzazione molti anni più tardi, dopo l'Unità d'Italia ed in seguito al difficile inserimento di Ponza nella vita politica ed economica del nuovo Stato, è uno dei sintomi del relativo miglioramento della situazione dell'isola.Il nuovo cimitero diventa perciò il luogo in cui la Ponza post - unitaria vuole rappresentare il conquistato inserimento nella vita del paese, adeguandosi alle novità della cultura architettonica italiana della seconda metà dell'Ottocento. Nel clima di "risanamento" e "rappresentatività" che stava coinvolgendo in misura maggiore o minore tutte le città italiane dopo l'Unità, la "città dei morti" diventò uno dei luoghi deputati della "rappresentatività". Da servizio di utilità pubblica, separato dall'abitato per motivi di igiene come imponeva un decreto napoleonico fin dal 1804, il cimitero si trasforma nella seconda metà dell'Ottocento in un ritratto enfatizzato della "città dei vivi", dove l'accento è posto sulla monumentalità ottenuta attraverso il compromesso degli stili architettonici.Anche a Ponza il processo di trasformazione dal vecchio al nuovo cimitero assume caratteristiche simili a quelle delle altre città italiane: è in sostanza il passaggio dalla funzionalità e razionalità che aveva il camposanto nel piano urbanistico settecentesco all'esigenza di aulicità del paese "moderno".Nella riorganizzazione del cimitero venne mantenuta la primitiva collocazione sulla collina della Madonna, luogo ideale perché, per la sua conformazione geografica, era naturalmente separato dal paese, "un'isola nell'isola". Bisognò poi abbattere la Batteria Leopoldo e trasformare le grotte, già dormitori delle truppe, in cappelle sepolcreti, recintando il tutto con mura che sottolineassero la divisione fra "città dei vivi" e "città dei morti".L'ingresso del cimitero di Ponza è semplicissimo, a differenza delle magniloquente entrate dei grandi cimiteri delle capitali a Roma, a Genova, a Milano. Nel recinto delle mura una porta si apre di fronte alla cappella settecentesca progettata da Winspeare, elemento di congiunzione fra il vecchio e il nuovo cimitero. Di lì scendono verso il mare le "strade" della "città dei morti". Si intersecano ad angolo retto, una rete ordinata e perfetta di ascisse e ordinate che sembra voler contraddire la disposizione spontanea e disordinata dei vicoli del paese giù al porto, alle Forna, dovunque sull'isola. Il cimitero a Ponza, più ancora che il riflesso della "città dei vivi", sembra quasi il disegno utopistico di una "città ideale", una città che nella realtà non era stato possibile concretizzare.Ai lati delle "strade" le cappelle sepolcrali delle famiglie notabili si alternano alle semplici file di lapidi sovrapposte. Lo stile dominante è il neo - gotico. Assieme al convenzionale repertorio di archi acuti, bifore, colonne tortili, guglie indicati dagli architetti di fine secolo come il vocabolario di base per il "nuovo" stile, non mancano, nel cimitero di Ponza echi neo - rinascimentali nelle paraste scanalate, nei capitelli corinzi, negli archi a tutto sesto.L'adeguamento allo stile delle capitali convive però, a Ponza, con un linguaggio decisamente locale. In questa chiave si può leggere, infatti, la riutilizzazione come tombe delle grotte che già esistevano prima dei lavori per il nuovo cimitero: recupero volto a sottolineare l'importanza della grotta come struttura abitativa a Ponza da prima ancora della colonizzazione romana fino a quella borbonica.Nella decorazione delle cappelle, infine, troviamo un ricco repertorio di motivi desunti dal romantico e dal gotico e riproposti in una versione isolana del "Liberty": angeli con le mani giunte in preghiera entro mandorle ogivali, archetti che si intersecano come nel Duomo di Caserta Vecchia, palmette. Da questo repertorio attingeranno almeno fino agli anni Venti e Trenta del Novecento i maestri locali per le decorazioni in stucco delle facciate, per le balconate in ferro battuto.Nella memoria dei ponzesi è ancora viva l'eco di questa tradizione artigianale che ha lasciato una gran varietà di testimonianze in tutta l'isola. La decorazione è anzi forse il filo conduttore che ci permette di ricomporre l'immagine ottocentesca del paese di Ponza. E' un'immagine frammentaria che può comparire sopra una porta a S. Antonio o sotto il tetto di una casa salendo a Monte Guardia o su un tabernacolo a Le Forna. Un'immagine che solo nel cimitero acquista la concretezza e l'omogeneità di un progetto che abbraccia insieme urbanistica, architettura e decorazione.L'aspetto più attraente dell'isola erano però, anche nell'Ottocento, più le sue bellezze naturali che l'intervento dell'uomo. Ed è proprio quest'immagine che oggi rischiamo di perdere e che le fonti ottocentesche ci tramandano ancora intatta nella sua ricchezza e varietà.Le sagome così simili di Ponza e Palmarola, la loro reciproca vicinanza geografica sono, infatti, tuttora considerate una delle particolari attrattive del luogo. In entrambi, infatti, è possibile in ogni momento riconoscere, come riflessa in uno specchio, la forma dell'isola "sorella". Si ricrea così costantemente quello stato psicologico che spinge verso l'isola come luogo di evasione, di avventura, di ricerca dentro e fuori di sé senza allo stesso tempo mai dimenticare di essere già su un'isola, su una porzione di terra, cioè, separata dalla terraferma da un braccio di mare. I ponzesi sentono tutti fortemente il richiamo della propria "insularità" rispecchiato nella sagoma amica di Palmarola, l'isola dove si va a caccia, a pesca, in viaggio di nozze dove "…c'erano l'ontano il pioppo e il cipresso odoroso…e avevano i loro nidi uccelli dalle lunghe ali…che amano vivere lungo le rive del mare…e…si stendeva vigorosa con i suoi tralci….la vite domestica….". Anche per Palmarola, come per l'isola di Calipso, si può, infatti, tuttora affermare "era uno spettacolo che anche un immortale, a giungere qui, avrebbe guardato con meraviglia e viva gioia.." (Omero, Odissea).
Il fronte si era arrestato al Garigliano sin dalla fine di ottobre. Sulla costa vicina i Tedeschi ad Ischia e in Campania gli alleati Anglo Franco Americani. Il traffico si svolgeva con i motovelieri ponzesi tra Napoli, Ischia, Ventotene e Ponza. La nostra isola, come molti sanno, può soddisfare il fabbisogno della popolazione solo con la produzione del pesce; per il resto importa tutto dal continente. L'approvvigionamento, che era stato già molto precario nel periodo bellico precedente l'otto settembre '43, divenne caotico in quell'inverno a causa dell'occupazione. Tutte le zone occupate furono suddivise in governatorati affidati a corpi di polizia per lo più inglesi, che, svolgevano la funzione di governo con lo spirito di chi, trovandosi spaesato in terra straniera, si preoccupa soprattutto della propria salute. A Ponza avevamo il Commissario "ex" prefettizio, il quale dopo l'occupazione reggeva le sorti del paese solo in virtù di un successivo atto di riconoscimento da parte del governatore delle isole Pontine e Partenopee. Non sempre si trovava nei magazzini di Napoli la partita di viveri pronta, quando le scorte si andavano già esaurendo nell'isola. In quell'inverno il maltempo aggravò la situazione. Verso la metà di febbraio, una serie di tempeste a catena tenne Ponza isolata dal resto del mondo per quasi venti giorni. Logicamente mancò anche il pesce a causa della forzata inattività dei pescatori. Dopo una settimana d'isolamento le persone più deboli iniziarono ad accusare la fame. Qualche vecchio ammalato morì. Magri spettri umani s'aggiravano per la campagna, in cerca delle erbe, anche le più inimmaginabili (corse voce che alcuni avevano mangiato anche i nopali di fico d'India). Ai primi di marzo, quando la tempesta non accennava a diminuire, si videro sfilare una decina di cortei funebri. Ora morivano anche i bambini. I familiari dei morti non piangevano: erano muti, storditi e comunicavano a tutti uno squallido senso di vuoto, d'incolore e di atonico, lo spettro vivente della fame che ti ammazza senza farti male. Da Ponza partì un telegramma a firma di Don Salvatore Vitiello e del Comandante del Porto Cap. Di Cecca così concepito: "POPOLO PONZA MUORE FAME". La gente si affollò in chiesa ad implorare. Il tre marzo cominciò un triduo di preghiere a S. Silverio. "Al termine - scrive Don Luigi Dies, allora parroco - era domenica, avvertii che l'indomani avremmo celebrato la messa di ringraziamento conclusiva del triduo" e prosegue "….aggiunsi: del resto il proverbio dice: in un'ora Dio lavora". E il miracolo avvenne. Verso le sei e mezza di quella stessa sera, il suono festoso delle campane trasmise a tutti un senso di gioia. Tutti intuirono che era arrivato il mezzo con i viveri. I fatti erano andati così: il governatore, appena ricevuto il telegramma diede ordine di trasbordare su una grossa nave inglese i viveri che si trovavano da più di una settimana su due piccoli motovelieri ponzesi. Appena al primo accenno di miglioramento il capitano inglese Simpson doveva salpare dal porto d'Ischia per Ponza. Ma il tempo peggiorò. Si trovava ad Ischia l'armatore ponzese Antonio Feola, detto Totonno Primo. Grazie alla sua diplomazia con il governatore, Ponza era riuscita a strappare grandi vantaggi, ed ora quest'ultima disposizione era frutto dei suoi buoni uffici. Animato da gran coraggio e dall'intima gioia che provava nel fare il bene dell'isola, Antonio Feola salì sull'unità inglese che aveva completato il carico e disse al capitano di salpare. Il valente cap. Simpson lo guardò con il sorriso del vero inglese che osserva un pazzo, e per accontentarlo in parte volle fare la mossa di salpare sicuro di rientrare in porto ai primi convincenti colpi di mare. Una popolazione moriva di fame, un altro giorno sarebbe costato la fine di una cinquantina di vite; bisognava osare. Appena fuori del porto d'Ischia, Antonio Feola, spalleggiato da altri ponzesi, quasi con atto di amichevole violenza assunse la guida del timone, affidando al timido capitano una bottiglia di whisky come per sollevarlo. Come fecero ad arrivare nel porto di Ponza fu un miracolo vero e proprio. A seguito di ciò il 5 marzo divenne una solennità civica dell'isola e ogni anno fu celebrata la messa solenne di ringraziamento.
La mattina del 23 febbraio 1944 la nave americana da guerra LST 349, della classe Liberty, lasciò la banchina del porto di Anzio. Lo sbarco degli alleati era già avvenuto e le truppe d'assalto stavano preparando l'attacco decisivo per sfondare le linee tedesche e raggiungere Roma.La Liberty carica di attrezzature militari, di feriti e prigionieri, era diretta a Napoli. La navigazione sarebbe durata circa 24 ore. I militari nel loro gergo chiamavano questo viaggio il "giro del latte". Quasi subito dopo l'inizio della navigazione, però, la nave subì un'avaria ai motori e fu costretta a procedere lentissima. La notte la sorprese così, discostandosi notevolmente dalla tabella di marcia, al largo di Palmarola. Il comandante decise perciò di ancorarsi e aspettare l'alba. Ma un'improvvisa tempesta, con fortissime raffiche di vento da maestrale, dopo aver disancorato la nave la sospinse, con onde sempre più alte, verso Ponza. Dopo alcune ore la nave, ormai ingovernabile, andò a schiantarsi rovinosamente tra gli scogli antistanti la Punta del Papa.I prigionieri chiusi nelle loro celle, furono svegliati dai passi allarmati dei marinai in coperta e dal rumore di ferraglia che la nave produceva contro le rocce. Cominciarono a gridare atterriti e qualcuno si ricordò di loro. Furono fatti salire in coperta. Improvvisa, un'esplosione squarciò l'aria e fu il panico. La nave si divise in due tronconi. Alcuni per sfuggire ad una morte certa si tuffarono in mare, cercando a largo un'impossibile salvezza. Furono travolti dalle onde e risucchiati dai vortici. Gli inglesi che presidiavano l'isola, con l'aiuto della gente del luogo, calarono delle lunghe corde dall'alto del promontorio del Papa, alle quali si aggrapparono, come unica via di salvezza, feriti, marinai, prigionieri. Non mancarono atti di eroismo. Un pilota della RAF, di nome Gottard, pur riuscendosi a mettere in salvo, non esitò a rituffarsi per dare aiuto ad un prigioniero tedesco. Ma inesorabilmente, fu ingoiato dalle onde. Al culmine della tragedia si udì, secco, uno sparo provenire dalla cabina della plancia. Il comandante della nave non aveva voluto sopravvivere alla fine della sua nave! I naufraghi furono accolti sull'isola ed aiutati dagli abitanti. Per giorni, passata la tempesta, si raccolsero lungo le coste dell'isola, oggetti di ogni genere. Intorno al 1955 fu recuperato dalla Marina Militare tutto quanto era ancora utilizzabile del carico: armi, munizioni, jeeps. Alcune di queste ultime, poi, a ben dieci anni dal naufragio, erano ancora perfettamente funzionanti. Va ricordato che le LST dell'U.S. Navy (la sigla deriva da Landing Ship Tank) furono progettate per l'assalto anfibio ed utilizzate durante la seconda guerra mondiale. Avevano un gran portellone a prua per permettere lo sbarco di un ingente numero di automezzi minori, come camions, cingolati, semoventi. Il relitto di Ponza si trova oggi adagiato su di un fondo sabbioso, diviso in due tronconi, fuori il promontorio di Punta Papa, nella frazione di Le Forna. La parte prodiera, ad una profondità di circa 20 metri, si presenta distesa sul fondo, nella stessa posizione di navigazione. Parte dell'armamento contraereo è ancora visibile. Vi sono, sempre sulla prua, una mitragliatrice da 40 mm e due da 20 mm. Per la continua presenza sul relitto di numerosi subacquei, una mitragliatrice è tuttora brandeggiabile come se fosse curata dall'addetto alle manutenzioni. Scendere in immersione sul relitto, provvisti di bombole, costituisce una piacevole esperienza e tecnicamente e fisicamente non molto impegnativa. Si è ancora nella curva di sicurezza e ci si potrà attardare ed eseguire foto subacquee o riprese cinematografiche, vivendo l'emozione piena di questo relitto sommerso dell'ultima guerra mondiale.
Mutò il color ottimo di questa perla preziosa, incastonata nel cobalto del nostro mare, allorchè, durante il regime fascista, le isole pontine vennero destinate nuovamente a luogo di confino politico.
Il confino è una lunga storia che si
snoda dall'antica Roma al fascismo, comune alle due isole maggiori dell'arcipelago,
che ha loro tolto a lungo la gioia, alterandone i colori e stravolgendole
da luoghi sereni in scogli di durezza, conflitto tra libertà della
natura e la costrizione della condizione umana violentata dalla politica. I
romani, unendo all'asprezza delle leggi l'irrinunciabile amore per la godibilità
della vita, fecero delle isole un esilio dorato, attenuando la solitudine
dei giorni d'inverno con la ricchezza degli ambienti, la rinuncia ai riti
sociali con l'abbondanza dei servitori. Villa Giulia a Ventotene e la villa
sulla collina della Madonna a Ponza furono i segni opulenti e tristi, fastosi
e aridi di una libertà sottratta. Poi
vennero i martiri del cristianesimo che riempirono le cronache di tre secoli
e alimentarono a volte la trasformazione della storia in leggenda. Dopo
una parentesi durata circa 13 secoli, Ponza e Ventotene conobbero di nuovo
la "punizione" voluta dalla politica. I Borboni, difatti, nel 1820 fecero
di Ponza "luogo di rilegazione", e, cinque anni dopo, Ventotene, oltre che
ospitare condannati ebbe anche il "privilegio" di accogliere gente ivi inviata
"per misura governativa". Doveva passare
circa un altro secolo, prima che il fascismo trasformasse di nuovo le isole
in luogo dell'emarginazione fisica del dissenso politico, con l'istituzione
del confino di polizia, nel 1928. Ponza fu la prima sede e ospitò
Giorgio Amendola, Lelio Basso, Pietro Nenni, Mauro Scoccimarro, Giuseppe
Romita, Pietro Secchia, Umberto Terracini, e tanti altri, insieme ad africani.
Il Bagno nuovo , l'edificio oggi sede delle scuole elementari e medie, alle
spalle del municipio, e molte case private, accolsero gli esiliati. Era
loro consentito muoversi in uno spazio ristretto, tra il tunnel di Sant'
Antonio, i Guarini e la Dragonara.
Ponza ebbe allora un certo movimento commerciale, un'infausta nomea di terra di sospiri e un concreto musicale militare, che, nei giorni di festa, tentava di allietare gli animi. I confinati furono numerosi: diverse migliaia, in più d'un decennio, molti dei quali erano senatori, deputati ed ex ministri dell' ultima Italia. Erano moralmente angariati dalla tromba dell' appello, che suonava due volte al giorno e alla quale dovevano rispondere; ma fisicamente rispettati, perchè a principio potevano vivere in case private e condursi anche la famiglia; avevano una propria biblioteca, uno spaccio di cmmestibili, le mense gestite da loro rappresentanti di fiducia e mentre un operaio lavorava in miniera per 7 lire al giorno il governo tirannico ssegnava al confinato la diaria di lire 10 senza obblighi di lavoro e lasciando all'iniziativa privata di ciascuno le attività artistiche o artigiane che avessero voluto esercitare.
La storia non teme di dire tutta la verità: i veri costretti, i veri confinati, perchè il più delle volte angariati da chi credeva d'essere sempre qualcosa di grande in un mondo così piccolo, era la popolazione civile di Ponza.
Stabilite e vigilate le vie così dette di confino con diuturna sentinella, i relegati non potevano oltrepassare i limiti, pena il carcere; e molte volte, specie di nottetempo, agl'isolani, che per loro ragioni circolavano o venivano agli approdi del centro, veniva chiesta loro la tessera di riconoscimento. Questo fatto, non in sè, ma nel modo, come speso si attuava, provocò gravi e incresciosi incidenti e determinò, con altri fattori, qauell'esodo in massa delle famiglie da Ponza a New York, che hanno reso la colonia ponzese di quella metropoli più numerosa della Madre Patria. Little Ponza oggi conta più di 30000 abitanti.





